Antonio Zanfrongnini

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Antonio Zanfrognini
Ragione o sentimento e Orgoglio e Pregiudizio

Il tema del controllo in Jane Austen 

Il tema del “controllo” ritorna in Jane Austen in varie forme ed a più riprese nei suoi romanzi ed in parte, anche nelle vicissitudini delle sue edizioni italiane.
Un piccolo excursus bibliografico è innanzi tutto necessario, per inquadrare la storia editoriale di Jane Austen in Italia. Le prime edizioni italiane, di una delle più grandi scrittrici inglesi, furono stampate più di 100 anni dopo prime edizioni inglesi ed ebbero, all'inizio uno scarsissimo successo.
Jane Austen, in Italia, rimane praticamente sconosciuta, al grande pubblico, fino al 1932 quando per la prima volta, la Mondadori, traduce e pubblica il suo romanzo più celebre “Orgoglio e pregiudizio”, in questa prima edizione, in realtà, con il titolo “Orgoglio e prevenzione”. Sono passati esattamente 138 anni dalla prima stesura definitiva dell'opera e 119 anni dalla sua prima uscita. Il romanzo è già finito quando Jane Austen ha 21 anni. “Pride and Prejudice” che non è il primo romanzo, scritto e stampato dalla Austen, uscirà nel 1813 edito da Thomas Egerton. L'autrice lavora al romanzo già nella sua adolescenza ed il titolo dell'opera è, all'epoca, “First impression”. Thomas Egerton è l'unico editore a comprendere il potenziale enorme dell'opera di Jane Austen e a pubblicare, nel 1811 la sua prima opera “Sense and sensibility”, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1945 con il titolo “Sensibilità e buon senso” e oggi comunemente conosciuto con il titolo di “Ragione e sentimento”.
Da questi dati possiamo comprendere come fino al 1932, quindi, la conoscenza dell'autrice inglese per il pubblico italiano, è resa accessibile solo a quella ristretta cerchia di intellettuali che parlano l'inglese.
L'esegesi dei titoli italiani delle opere di Jane Austen ha una certa rilevanza per comprendere, appieno, la storia del successo italiano dell'autrice inglese.
Torniamo quindi alle edizioni italiane. Siamo nel 1932, all'apice di un regime fascista che ancora si barcamena fra le due possibili alleanze strategiche: Germania e Inghilterra. Qui per la prima volta incontriamo il tema del “controllo” ed è un “controllo” del tutto materiale e tangibile. Il regime fascista, quando non Mussolini stesso, controlla la stampa e l'editoria e decide cosa pubblicare e cosa non pubblicare. Arnoldo Mondadori, grande editore ma prima di tutto intellettuale dalla mentalità aperta e perspicace, ha da pochissimo stampato in italiano un romanzo celeberrimo (oggi una rarità bibliografica nella sua prima edizione italiana), “Niente di nuovo sul fronte occidentale” dopo aver vinto mille resistenze, sembra, almeno in parte, per intercessione dello stesso Mussolini che apprezza l'opera da un punto di vista letterario ma non può non aborrire il messaggio pacifista implicito nel capolavoro di Erich Maria Remarque. Con macchiavellica pervicacia burocratica la censura autorizza la stampa dell'edizione italiana ma con la clausola che la sua vendita avvenga solo fuori dal territorio italiano. Questo preambolo ha una certa importanza perché quando Mondandori si presenta alla “censura” fascista con la traduzione, per la prima volta in italiano, di un'autrice inglese, la censura non impone nessuna obiezione all'opera. Nessuno ha interesse nel valutare in senso negativo un romanzo scritto da una donna di fine settecento, nel quale viene descritta una storia d'amore. Il fatto che sia pubblicato nella “Biblioteca Romantica” della Mondadori, diretta da bravissimo Giuseppe Antonio Borgese, non fa altro, agli occhi della censura che ribadire il valore puramente sentimentale dell'opera. In realtà la parola “romantica”, della collana poco o nulla ha a che fare con l'idea di romanzi “leggeri”. Per ben comprendere la portata di questa collana editoriale basta citare alcuni titoli che vengono presentati in essa, alcuni anche per la prima volta: “La Certosa di Parma” di Stendhal, “I dolori del giovane Werther” di Goethe, “David Copperfield” di Dickens, “I viaggi di Gulliver di Swift”, “Anna Karenina” e “Guerra e pace” di Tolstoj, “Il ritratto di Dorian Gray” di Wilde, “Madame Bovary” di Flaubert, “L’isola del tesoro” di Stevenson e i “Racconti” di Edgar Allan Poe. Si tratta di opere che coprono un arco cronologico di tre secoli, andando dal “Don Chisciotte della Mancia” di Cervantes (1604-1614) fino ai “Tre anni” di Cechov edito per la prima volta nel 1895.
“Orgoglio e prevenzione” esce dalle stampe, quindi, nel 1932 in una delle collane di punta della Mondadori. Il romanzo deve aver un certo successo iniziale perché, nello stesso anno, esce subito una seconda edizione (oggi, ancor più rara della pur assai rara, prima edizione italiana). Ma l'opera , ben presto, rientra nel novero degli insuccessi editoriali. É un insuccesso editoriale al quale contribuisce sicuramente il “gusto” dell'epoca. Siamo nell'anteguerra con una situazione politica in continuo mutamento e con nubi di guerra già ben visibili. Nel 1933, Hitler diviene Cancelliere del Reich e da questo momento in poi, la politica italiana, dei piedi in due staffe (Inghilterra e Germania) viene abbandonata e Mussolini, vira decisamente verso un avvicinamento, al futuro alleato tedesco. Un ben diretto e crescente clima anglofobo dilagante e sempre più marcato di parte del regime fascista, si riverbera, attraverso la propaganda ed un controllo culturale sempre più stringente, sulla popolazione. Gli autori inglesi iniziano ad essere mal visti ed il recente tentativo di Borgese di valorizzare Jane Austen in Italia, fallisce. L'autrice, nella penisola, cade nell'oblio delle susseguenti vicissitudini storiche. Passano così 18 anni di intensissima e nera storia patria, prima che grazie, anche, alla presenza, a partire dal 1943, delle forze armate inglesi e americane sul territorio italiano, una seconda opera di Jane Austen veda la luce in lingua italiana. Fin dall'inizio del 1945 la situazione culturale è in forte fermento, ormai libera dal “controllo” di logiche editoriali e culturali figlie di gusti dettati dal regime fascista secondo interessi socio-politici contingenti. In questa condizione, si assiste, sul territorio italiano, ad un rinvigorito interesse per la letteratura inglese e con esso anche per Jane Austen. Sia testimonianza di ciò che in un solo anno, il 1945, vengono pubblicati per la prima volta in Italia “Persuasion”, con il “Persuasione” dall'editore Denti, “Emma” sia dall'editore La Caravella che dall'editore Ultra, ed appunto, “Sensibilità e buon Senso” dall'editore Astera. Tutte queste prime edizioni stampate nel 1945, da piccole o piccolissime case editrici, con mezzi di fortuna e su carta, spesso, di pessima qualità, vengono edite in poche copie. Queste edizioni ravvicinate danno ben il senso di come il seme piantato da Borgese, nonostante l'insuccesso iniziale, abbia dato i suoi frutti. Queste edizioni sanciscono il definitivo, seppur lento, successo dell'opera di Jane Austen anche in Italia. La fama di Jane Austen, da questo momento, andrà proporzionalmente crescendo negli anni, in particolare, a partire dagli anni cinquanta, quando le riedizioni delle opere di Jane Austen, si succedono senza sosta.
Con l'apertura del mondo di Jane Austen ad un pubblico sempre più ampio, la superficiale lettura dell'opera dell'autrice inglese come opere di romanzistica leggera, lascia al posto ad una critica più matura e profonda. Viene così compreso come Jane Austen, in realtà, utilizzi le storie d'amore come linguaggio per ridisegnare il topos classico della contrapposizione fra intelletto e forze propulsive irrazionali, controllo di se stessi e perdita di controllo, ragione e sentimento.
Il mutare dei titoli delle traduzioni italiane, quando, oggettivamente, diversi da quelli inglesi, sancisce anche una presa di coscienza dei temi centrali dell'opera di Jane Austen. Non più solo semplici romanzi d'amore ma romanzi dove la continua antitesi tra “Sensibilità e buon senso” vengono finalmente colti ed espletati, ad esempio, nella scelta dell'editore Cavallotti, nell'edizione del 1951, di mutare il titolo rispetto all'edizione del 1945, in “Ragione e sentimento” che diverrà, poi, quello definitivamente e comunemente accettato ancora oggi e che evidentemente, richiama i valori classici della tragedia attica.
Oggi, finalmente, Jane Austen è comunemente inserita fra i classici della letteratura mondiale ed è riconosciuto come, attraverso la sua finissima capacità di analizzare e rendere viva l'introspezione dei suoi personaggi, metta in scena temi ricorrenti e insiti nella stessa natura umana.
I romanzi dell'autrice inglese riprendono ed analizzano domande che ogni individuo nel corso della sua vita, prima o poi si pone. Devo controllare i miei sentimenti o lasciarli andare? Ho io il controllo della mia vita? Come posso fare a controllare il mio destino?
La struttura narrativa dei romanzi di Jane Austen, è incentrata sull'antitesi dell'atteggiamento dei suoi personaggi combattuti tra una ricerca di autocontrollo in nome di una razionalità trionfante ben espletata dalle convenzioni sociali e la schiavitù delle proprie pulsioni che portano alla perdita completa del controllo delle proprie esistenze. I romanzi della Austen, in poche parole, vivono nell'antitesi prima e sintesi poi, di ragione e sentimento, ordine e disordine. La ragione è impersonata, ad esempio, dalla razionalità forzata di Fitzwilliam Darcy in “Orgoglio e Pregiudizio”, come appare nella prima parte del romanzo. Ma ne è esempio anche il personaggio di Elinor Dashwood di “Ragione e sentimento”. Al sentimento, inteso anche nella sua parte più selvaggia della pulsione amorosa, si richiamano invece gli scatti passionali di Darcy, la sensualità di John Willoughby o gli slanci amorosi di Marianne Dashwood, la seconda per età delle sorelle Dashwood. Per Jane Austen è evidente come l'essere sotto il “controllo” totale ed univoco della propria razionalità o della propria sensualità non può che portare a conseguenze nefaste. Nel caso di una dittatura della prima si ha un'infelicità data dall'insoddisfazione dei propri sentimenti e nel caso di un trionfo della seconda, una tragica fine dovuta al giudizio sociale e alla distruzione dei rapporti famigliari ed umani. L'estremo autocontrollo, in nome della razionalità che spinge Darcy a valutare l'idea di una sua possibile unione con Elizabeth Bennet come assolutamente impossibile, crea una situazione oggettiva di sofferenza allo stesso animo di Darcy. Il dolore del coprotagonista si riverbera, poi, sui personaggi che girano attorno a lui come Elizabeth ma anche Mr Bingley e Jane Bennet. Soffre lui, Darcy, combattuto fra i propri sentimenti e la sua razionalità. Soffre Elizabeth Bennet che nonostante sia, fra tutti i personaggi di Jane Austen quella che meglio rappresenta la sintesi fra animo razionale e sentimenti, si trova destabilizzata dai comportamenti, per lei incomprensibili ed ambivalenti, di Mr Darcy. Soffre Jane Bennet, allontanata dal suo amore, Mr Bingley, proprio per l'intervento di Darcy che richiama l'amico ad attenersi agli stessi principi di pura razionalità che lo spingono lontano dalla persona che ama. Ma Elizabeth non è l'unico personaggio al quale Jane Austen tratteggia in modo positivo. Mr Bingley e Jane Bennet per la loro semplicità e gentilezza, come anche, seppur per ragioni diverse, ad esempio, il Colonello Brandon di “Ragione e Sentimento” che nella sua vita ha già sperimentato la pericolosità dei danni causati dalle convenzioni sociali e dalla sensualità, sono dipinti da Jane Austen, come inizialmente in possesso di un'equilibrata sintesi tra antitesi. Apparentemente questi personaggi, in un mondo governato da vero buon senso, finirebbero per scrivere un lieto fine alle proprie vite, ben prima di quello che otterranno dopo lunghe peripezie e sofferenze. Questi personaggi sembrando avere, almeno potenzialmente, il controllo delle proprie vite, ma l'intervento di figure in balia di uno dei due atteggiamenti “estremi”, finisce per farne naufragare i piani e con essi anche il controllo delle loro vite. In contrapposizione al controllo razionale, la perdita di autocontrollo, sono rappresentati, per esempio, in “Orgoglio e pregiudizio” da George Wickam e da Lydia Bennet con la loro fuga d'amore ed i loro atteggiamenti sconsiderati o da Marienne e dal vizioso John Willoughby in “Ragione e sentimento”. Questi ultimi due romanzi, ma lo stesso si potrebbe dire delle altre opere di Austen, vivono di una continua contrapposizione fra chi eccede nell'autocontrollo come Edward Ferrars, Fitzwilliam Darcy e chi non sembra aver nessun controllo delle proprie pulsioni, come Willoughby, Wickham, Marianne Dashwood o Lydia Bennet.
Curioso è notare come al di là di ogni giudizio sociale, Jane Austen muova una critica decisa, certamente, agli atteggiamenti libertini ed irrazionali ma anche, ai comportamenti dettati da una razionalità troppo imperante, spesso fuorviata da convenzioni sociali dalle quali la stessa autrice non può che dissentire. I personaggi che si attengono ad atteggiamenti dettati da una fortissimo desiderio di autocontrollo, finiscono per seguire una linea retta, sulla traccia della quale, anche solo per l'inerzia delle loro azioni, rischiano di creare tanta infelicità quanto quella alla quale vanno incontro quei personaggi guidati solo dalle proprie pulsioni “sensuali”. Per Jane Austen il bene per potersi realizzare ha bisogno del male. Le storie della Austen si risolvono, sempre, ad opera dei personaggi più incapaci di controllare se stessi. Sono loro i veri “deus ex machina” dei romanzi. Questi, seppur involontariamente, innescano una serie di avvenimenti che accompagnano i protagonisti al lieto fine anche quando ormai, questi non sembrano nemmeno più sperarci. Si arriva così a finali che delineano mondi famigliari, nei quali atteggiamenti e caratteri all'antitesi si controllano e bilanciano, arrivando a creare una sensazione di equilibrio, talmente forte, da dar la sensazione di un'imperturbabile cristallizzata felicità.

 

 

Antonio Zanfrognini 

Libraio antiquario, titolare dello Studio Bibliografico Antonio Zanfrognini di Modena, Socio ALAI-ILAB.