Andrea Zanni

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Andrea Zanni

Tre pezzi selezionati a tema controllo da Andrea Zanni.

 

La cibernetica / Norbert Wiener

Norbert Wiener, matematico americano, pubblicò nel 1948 un libro dal titolo La cibernetica: controllo e comunicazione nell'animale e nella macchina, e il mondo non è più stato lo stesso.
Con un solo gesto, Wiener fondò una "scienza dei sistemi" che avrebbe dovuto occuparsi interdisciplinariamente di informazione, di controllo, unendo mondi lontanissimi come la matematica, la biologia, la statistica, l'ingegneria elettronica, la neurologia, l'antropologia, la psicologia, la fisiologia. Fondamentale è il concetto di feedback, di ouput di un sistema che informa il sistema stesso e lo fa cambiare.
Se oggi di cibernetica non si sente più parlare, è perché lo sforzo interdisciplinare di Wiener è fallito in un mondo che privilegia la specializzazione all'unitarietà, disperdendosi nuovamente in mille rivoli: ma intere discipline come neuroscienze, robotica, intelligenza artificiale, scienze della complessità non sono che nuovi getti dello stesso tronco tagliato.

Bigelow e io giungemmo alla conclusione che un fattore estremamente importante nell'azione volontaria è ciò che i tecnici del controllo chiamano feedback. Ne tratterò particolareggiatamente in un apposito capitolo. Basti qui dire che quando intendiamo effettuare un movimento secondo un de­terminato modello, la differenza fra tale modello e l'effettivo svolgersi del movimento viene adoperata come un nuovo segnale che determina una regolazione del movimento stesso tale da mantenerlo quanto più possibile vicino a quello dato dal modello. Per esempio, un tipo di motore per il governo delle navi riporta il movimento del timone dalla barra a un com­pensatore, che regola così le valvole del motore in maniera tale da muovere la barra in modo che queste valvole vengano a chiudersi. La barra gira così fino a portare l'altro capo del compensatore che regola le valvole in posizione centrale rispetto alla nave, registrando in tal modo la posizione angolare del timone sulla posizione angolare della barra. Evidentemente, ogni attrito o ogni altra forza che ritardi il movimento della barra aumenterà l'immissione di vapore alle valvole, da un lato, e la diminuirà dall'altro, in modo da accrescere la coppia tendente a portare la barra nella posizione voluta. Il sistema a feedback tende così a rendere il funzionamento del mo­tore di governo relativamente indipendente dal carico. D'altro lato, in certe condizioni di ritardo, ecc., un feedback troppo brusco farà oltrepassare al timone la posizione voluta, e sarà seguito da un feedback in direzione opposta che sposterà in modo ancor più eccessivo il timone dall'altro lato, finché il meccanismo di governo non entrerà in uno stato di violenta oscillazione pendolare, sregolandosi completamente. Nel libro di MacColl troviamo una trattazione molto precisa del feedback, delle con­dizioni in cui è efficace e di quelle in cui se ne hanno sregolazioni. Si tratta di un fenomeno molto ben compreso da un punto di vista quantitativo.

Supponiamo ora che io prenda una matita. Per fare questo devo muovere certi muscoli. Nessuno di noi, eccetto qualche esperto anatomista, sa tuttavia quali siano questi muscoli; e anche fra gli anatomisti, ve ne sono pochi, se non nessuno, che possano eseguire questa azione mediante una cosciente e intenzionale successione di contrazione dei muscoli implicati. Ciò che noi vogliamo consapevolmente fare è solo prendere la matita. Una volta presa questa decisione, il nostro movimento procede in modo tale che - per cosi dire - quanto manca alla presa della matita decresca progressivamente. Questa parte dell'azione non si svolge a livello di piena consapevolezza. Affinché un'azione venga eseguita in questo modo, occorre che al sistema nervoso pervenga ad ogni istante, consapevolmente o meno, una segnala­zione dell'ammontare di quanto ancora manca alla presa della matita. Se noi guardiamo la matita, questa segnalazione può essere visiva, almeno in parte, ma piu generalmente è cinestetica o, per usare un termine oggi in voga, propriocettiva. Se mancano le sensazioni propriocettive e non ci è possibile sostituirle con una sensazione visiva o di altro genere, siamo in­capaci di compiere l'atto di prendere la matita, e veniamo a trovarci in uno stato noto come atassia. Una atassia di questo tipo è comune nella forma di sifilide del sistema nervoso centrale nota come tabe dorsale, ove la sensazione cinestetica trasmessa dai nervi spinali è più o meno distrutta. Un feedback in eccesso è nondimeno un ostacolo all'attività organizzata tanto grave quanto un feedback in difetto. In vista di tali possibilità, Bigelow e io ponemmo al dotto Rosenblueth una domanda specifica: esiste una qualche situazione patologica in cui il paziente, tentando di compiere un'azione volontaria come quella di prendere una matita, oltrepassi la meta entrando in uno stato di oscillazione incontrollabile? Rosenblueth rispose subito che esisteva una ben nota situazione di questo genere, chiamata tremore intenzionale e spesso associata a lesioni del cervelletto. Trovammo così una conferma molto significativa delle nostre ipotesi sulla natura di almeno alcune azioni volontarie. È da notare che il nostro punto di vista differiva notevolmente da quello corrente tra i neurofisiologi. II sistema nervoso centrale non appare più come un organo autosufficiente che riceve segnali dai sensi e si scarica nei muscoli. Al contrario, alcune delle sue più caratteristiche funzioni sono spiegabili solo come un processo circolare, che va dal sistema nervoso ai muscoli e rientra nel sistema nervoso attraverso gli organi sensoriali, siano essi propriocettori oppure organi dei sensi specifici. Ci parve che ciò segnasse una nuova tappa nello studio ,Ii quella parte della neurofisiologia che riguarda non soltanto i processi elementari nervosi e di sinapsi, ma la funzionalità del sistema nervoso visto come un tutto organico. Sentimmo tutti e tre che questo nuovo punto di vista meritava un arti­colo, che scrivemmo e pubblicammo. Il Rosenblueth e io prevedemmo che questo articolo costituiva soltanto la delineazione di un programma di un vasto lavoro sperimentale e decidemmo che, se fossimo giunti a realizzare il nostro progetto di un istituto interscientifico, l'argomento in esso trattato avrebbe rappresentato un centro ideale per la nostra attività. Per quanto riguarda la tecnica delle comunicazioni, era già apparso chiaro a Bigelow e me che i problemi di questa erano inseparabili da quelli della tecnica del controllo, e che entrambi dovevano essere impostati dal punto di vista non dell'elettrotecnica, bensì della più fondamentale nozione di messaggio, fosse questo trasmesso per via elettrica, meccanica o nervosa.

 

L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello / Oliver Sacks

L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello è il libro che ha fatto conoscere Oliver Sacks al mondo, e regalato ai lettori un autore assolutamente unico e irreplicabile.
Con un'ironia sottile, una penna da scrittore navigato, un'intelligenza lucidissima, e soprattutto un'umanità e un'empatia che lo rendevano un medico eccezionale, Sacks è stato per milioni di persone la porta ai misteri della mente, a malattie neurologiche - quindi vite di persone reali - assolutamente inimmaginabili.
Nel reportage che dà il nome al libro, Sacks incontra il dottor P., eminente musicista, che improvvisamente non riesce a riconoscere più le facce, neanche quelle delle persone più care. Non solo: non sapere più cosa sia una faccia, scambiando un idrante per un bambino, la testa della moglie per un cappello da indossare, i pomelli dei mobili per colleghi. Il dottor P. perde il controllo della propria visione e interpretazione del mondo, riacquistandolo solo tramite la musica, che gli fornisce una sequenza temporale precisa, come un filo di Arianna attraverso il labirinto. Se c'è stato un cantore della malattia e allo stesso tempo della guarigione, della vita dentro la malattia, questo è stato certamente Oliver Sacks.

L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello
Come riesce a fare le cose di tutti i giorni? mi chiesi. Che cosa succede quando si veste, va in bagno, si lava? Seguii la moglie in cucina e le chiesi come faceva suo marito, per esempio, a vestirsi. «È come per il mangiare» spiegò. «Io gli tiro fuori i soliti vestiti e li metto al solito posto, e lui si veste senza difficoltà, canticchiando. Fa tutto canticchiando. Ma se viene interrotto o perde il filo, si blocca, non riconosce più i vestiti, o il suo stesso corpo. Canta continuamente: canta per mangiare, per vestirsi, per fare il bagno, sempre. Non riesce a fare nulla se non lo trasforma in una melodia».
Mentre parlavamo, la mia attenzione fu attratta dai quadri alle pareti.
«Sì» disse la signora P. «mio marito aveva talento come pittore, oltre che come cantante. Ogni anno la scuola esponeva i suoi quadri.»
Li passai in rassegna con curiosità. Erano in ordine cronologico. Le prime erano tutte opere naturalistiche e realistiche, con un contenuto emotivo vivido e insieme curato nei particolari e concreto. Col passare degli anni si facevano meno vivide e concrete, meno realistiche e naturalistiche, ma molto più astratte, addirittura geometriche e cubistiche. Infine, negli ultimi quadri, le tele diventavano, almeno per me, astruse: semplici linee caotiche e chiazze irregolari di colore. Commentai la cosa con la signora P.
«Oh, voi dottori siete i soliti filistei!» esclamò.
«Ma non vede l'evoluzione artistica? Non vede come ha abbandonato il realismo dei primi anni per passare ad un'arte astratta, non figurativa?»
«No, non è questo» mi dissi (ma me ne guardai bene dal ripeterlo alla povera signora). Il dottor P. era effettivamente passato dal realismo al non figurativismo e alla pittura astratta, ma si trattava non artistico bensì patologico - un percorso diretto verso una profonda agnosia visiva, durante il quale erano andati via via distrutti ogni facoltà di raffigurazione e di creazione d'immagini, ogni senso del concreto, della realtà. Quella parete di quadri era un tragico documento patologico, che apparteneva alla neurologia, non all'arte.
E tuttavia, riflettei, non aveva in parte ragione anche la moglie? Perché tra le forze della patologia e quelle della creazione c'è spesso una lotta, e talvolta, cosa ancora più interessante, una collusione. Forse nel suo periodo cubista c'era stata un'evoluzione artistica e insieme un'evoluzione patologica dalla cui collusione era nata una forma originale: a mano a mano che egli perdeva il senso del concreto forse si arricchiva in quello dell'astratto, sviluppando una maggiore sensibilità per tutti gli elementi strutturali, le linee, i perimetri, le sagome: una facoltà quasi picassiana di vedere, e di dipingere, le organizzazioni astratte immerse, e di solito perse, nel concreto... Ma negli ultimi dipinti, purtroppo, vedevo solo caos e agnosia.

 

La Nube purpurea / Matthew P. Shiel

La Nube purpurea, il capolavoro di Matthew P. Shiel, uscì nel 1901, quasi ad annunciare il nuovo secolo. Con una preveggente ironia, inaugura il filone dell'"ultimo uomo sulla terra", con un'apocalisse silenziosa che uccide gli uomini immobilizzandoli come statue, emanando un delicato profumo di pesca. Il protagonista, finito per caso in una grotta artica durante una spedizione di ricerca, ritorna in patria per scoprire che è rimasto l'unico uomo vivo sulla terra. Prima con orrore, poi con entusiasmo e infine con pura gioia delirante, accetta il suo destino. Decide di trasformarsi in un dio, e di bruciare Londra. Dopo lunghissimi preparativi, esplosivi portati in treno in ogni angolo della città, pronti a detonare tutti alla stessa ora, si mette sulla collina ad aspettare.

Subito dopo mezzanotte ci fu un visibile dilagare della conflagrazione; dappertutto cominciai a vedere fabbricati che mandavano fiamme al cielo, con immen­si urli di entusiasmo, a decine, a gruppi di venti e di quaranta: fin dove arrivava la mia vista, li vedevo saltare, vacillare, cadere, mentre il mio spirito prova­va sempre più intensamente i più profondi misteri della sensazione, i più dolci brividi. Centellinavo squi­sitamente, attingevo senza fretta al mio godimento. Talvolta, quando un angelo di fiamma più espansivo de­gli altri si innalzava con decisa aspirazione, per sof­fermarsi in alto con le braccia aperte e infine sparpagliarsi, mi raddrizzavo un attimo e battevo le mani, come di fronte a un attore, oppure li chiamavo con nomi di donna, e gridavo: «Più in alto, Polly matta», «Salta, Cissy, pulce che non sei altro», oppure «Scop­pia, Bertha»; perché adesso mi sembrava di vedere il pandemonio, attraverso occhiali rossi, l’aria era tre­mendamente surriscaldata, e i globi dei miei occhi ricordavano coloro che camminano con gli occhi spa­lancati nel mezzo delle fornaci ardenti, e un ricco e pungente prurito mi prudeva nella pelle. A un tratto mi misi a suonare, con l’arpa dorata, la Caval­cata delle Valchirie, di Wagner.

Verso le tre del mattino raggiunsi l’apice dei miei piaceri perversi; le mie palpebre ebbre si chiudevano in una lussuria di godimento, e un sorriso sbavante schiudeva le mie labbra; un sentimento di cara pace, di potere senza limiti, mi consolava: perché adesso l’intero campo della mia visione — velata da un flutto di lacrime — radunando i suoi centomila tuo­ni e tuonando di là dalle nuvole con la voce del suo tormento spinto verso sud, si stendeva vacillan­te fino all’orizzonte come un oceano di fuoco senza fumo, nel quale giocavano e si bagnavano tutti quan­ti gli abitatori dell'inferno, tra richiami, voli e gaz­zarre; e io — per primo tra tutti gli umani — ero riuscito a mandare un segnale luminoso ai pianeti vicini...

 

Andrea Zanni

Andrea Zanni è nato a Sassuolo nel 1984. Laureato in Matematica, ha scritto per «Esquire» e «il Tascabile», ed è stato presidente di Wikimedia Italia. Fa il bibliotecario digitale a Modena, e da poco anche il papà. Legge molti meno libri di quelli che compra.